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  • Immagine del redattoreMichele Lasi

GREEN DEAL: LA CAPORETTO DEL FAST FASHION?

Era il marzo del 2020, e a causa della Pandemia la notizia non ebbe grande risalto: l’Unione Europea emanava l’Action Plan per l’implementazione di un’economia circolare nel mondo tessile. Negli ultimi giorni, la Commissione Europea ha deciso di accelerare l’attuazione di quel programma attraverso un pacchetto di iniziative da realizzare non oltre il 2030 per rendere il settore moda più sostenibile: questo ambizioso piano ha preso il nome di Green Deal.


La strategia del Green Deal mira a rivoluzionare il settore tessile dichiarando guerra al fast fashion e alla sua governance basata sulla logica “lineare” usa e getta e sull’obsolescenza programmata.


Un modello di business, quello del fast fashion, incentrato sulla produzione e distribuzione di quantità intensive di capi d’abbigliamento a basso prezzo e scarsa qualità, che spinge i consumatori all’acquisto frequente e ripetuto, e culmina nella distruzione delle merci invendute.


Le nuove regole varranno "per tutti i prodotti venduti sul mercato europeo, indipendentemente da dove vengano fabbricati", ha detto il commissario all'Ambiente Virginijus Sinkevicius, per rendere la maggior parte dei beni fisici prodotti e venduti sul mercato Ue meno dannosi per l'ambiente, "circolari" ed "efficienti" in tutto il loro ciclo di vita.





In altre parole, il Green Deal è l’implementazione normativa, in campo tessile, di un modello economico circolare.

L’economia circolare è un sistema industriale rigenerativo: sostituisce il concetto di fine vita con quello di conservazione, si sposta verso l'uso delle energie rinnovabili, elimina l’uso di sostanze chimiche tossiche, che compromettono il riutilizzo e mira all’eliminazione dei rifiuti attraverso la progettazione ad alto livello di materiali, prodotti, sistemi e, all'interno di questi, di nuovi modelli di business. Nell'economia circolare, per soddisfare le necessità del cliente si punta oltre che all'accessibilità al prodotto, alla soddisfazione che proviene dal suo uso. Differenti segmenti di consumatori possono accedere ai servizi forniti dai prodotti a loro scelta, senza possedere i prodotti. Il contratto di fruizione del servizio fornisce un incentivo al produttore per la cura del prodotto ed anche per far ritornare il prodotto al fornitore dopo l'uso.


Nell'economia circolare si richiede –oltre a una forza lavoro in genere più specializzata - la gestione dei prodotti come beni locali, meno facilmente delocalizzabili e con minor incentivo per la corsa verso il basso nelle politiche sociali e ambientali.


Perché si sta percorrendo questa strada? ​

Il settore tessile, tra impatto ambientale, consumi ed inquinamento di risorse idriche, utilizzo di materie prime ed emissioni di gas serra, è uno dei più inquinanti. Si stima che ogni cittadino europeo crei in media 11 kg di scarto tessile ogni anno.

Montagne di rifiuti di cui solo l’1% viene riciclato, il resto viene incenerito o finisce in luoghi lontani e remoti, nei paesi del sud del mondo. Più della metà di tutti i capi prodotti sino ad oggi contengono fibre sintetiche in diverse percentuali, il che significa che se finiscono in discarica ci rimangono per almeno altri 300-400 anni. Dal 1996 la quantità di indumenti acquistati nell’UE, per persona, è aumentata del 40% a seguito della commercializzazione di capi di tendenza a prezzo e qualità bassissimi.

Cinque sono i punti della strategia UE per riformare la filiera della moda, rendendola più sostenibile e limitando il suo impatto ambientale. Esaminiamoli nell’ordine.


1.ECO-DESIGN

Con questa direttiva, per la prima volta si stabiliscono dei precisi requisiti minimi da rispettare per poter avere accesso al mercato europeo. La sostenibilità della moda inizia con la sua progettazione. Il designer, nella fase creativa di ideazione dei prodotti, dovrà pensare alla qualità, durabilità, affidabilità, predisposizione al riutilizzo, facile riparabilità e totale riciclabilità.

I capi dovranno essere predisposti per essere re-inseriti nel mercato tramite diversi modelli di consumo come second-hand. Infine, i prodotti dovranno essere forniti di accessori per la riparazione e la manutenzione, come bottoni, ago e filo. La profittevole obsolescenza programmata dovrà essere eliminata. Lunga vita al Fashion responsabile.


2. RESPONSABILITÀ ESTESA DEL PRODUTTORE (ERP)

Viene introdotta la nozione di Responsabilità Estesa dei Produttori che riguarda la gestione del rifiuto post-consumo. Che cosa significa?

Che spetterà ai produttori la responsabilità finanziaria e organizzativa della gestione della fase in cui il prodotto diventa un rifiuto. Tutti dovranno cooperare per ridurre al minimo le possibilità che il prodotto finisca all’inceneritore o arrivi in discarica e diventi un rifiuto da gestire.


3. TRACCIABILITÀ E TRASPARENZA DELLA FILIERA TESSILE

Si introduce una sorta di passaporto digitale dei prodotti della moda, strumento che può garantire ai produttori e ai consumatori informazioni chiare e complete.

Al suo interno troveremo riportate tutte le informazioni che riguardano l’impatto ambientale del prodotto, le condizioni dei lavoratori, i materiali utilizzati e l’utilizzo di sostanze chimiche nella filiera.


4. NUOVI MODELLI DI CONSUMO

Incentivi fiscali per supportare nuovi modelli di consumo e le filiere responsabili ed innovative che investono in nuove tecniche, materiali di produzione e nella creazione di nuovi posti di lavoro, in particolare nei settori della rigenerazione, manutenzione, riciclaggio e riparazione.


5. COINVOLGIMENTO DEI CONSUMATORI

Stop al Fast Fashion. Non ci sarà più posto per capi a prezzi stracciati e pessima qualità. Cittadini e consumatori sono chiamati ad essere protagonisti di un cambiamento culturale che passa anche dagli acquisti consapevoli.

Sarà necessario responsabilizzare i consumatori portandoli a scegliere un nuovo modello di acquisto consapevole e rendendoli capaci di capire le etichette per difendersi dal greenwashing: non verranno più tollerati claim come “eco-friendly” o “green” senza evidenza scientifica, e nemmeno slogan come “climate positive entro il 2030” senza piani concreti e scientificamente provati per il raggiungimento di tali obiettivi.


COME AVVERRÀ LA RICONVERSIONE GREEN?

Oltre ai 5 obiettivi da portare a termine entro il 2030, l’Unione Europea si è espressa sulla riconversione green del settore moda, identificando ulteriori aspetti chiave:


  • La creazione di Hub di riciclo, a livello europeo e nazionale per la gestione e il riciclo degli scarti di lavorazione (pre e post consumo) e dei rifiuti provenienti dalla raccolta differenziata della frazione tessile;

  • L’introduzione di un complesso di incentivi di varia natura di lungo periodo (5-10 anni) per favorire la rilocalizzazione in Europa delle catene produttive;

  • Realizzazione di adeguate riforme strutturali ed erogazione di finanziamenti per favorire l’innovazione e la digitalizzazione dell’intero settore moda;

  • Introduzione di nuove normative per creare scuole e programmi formativi professionalizzanti sui temi della sostenibilità e dell’innovazione responsabile.


Sarà, il Green Deal, davvero sufficiente ad attuare il cambiamento di cui il nostro mondo ha un disperato bisogno?

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