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  • Immagine del redattoreMichele Lasi

OK IL PREZZO È… SOSTENIBILE

Denaro: proprio così, la sostenibilità è (anche) una questione di prezzo che il consumatore è disponibile a pagare per acquistare un capo di abbigliamento.

Ed è anche una questione di educazione al consumo: come si può acquistare una t-shirt a 5 euro senza domandarsi come sia possibile pagare un costo così basso?

Ogni volta che acquistiamo un paio di jeans, una t-shirt, delle sneakers, il prezzo che paghiamo è, per così dire, doppio, e viene corrisposto con due valute ben diverse:


- la moneta sonante che esce dal nostro portafoglio;

- l’inquinamento del pianeta, inteso come emissione di CO2 e consumo di acqua.


Quando compriamo un capo di abbigliamento il cartellino riporta soltanto il prezzo “monetario”. Ben poche sono le informazioni sull’impatto ambientale e sociale provocato dalla produzione di quell’oggetto. Posso però assicurarti che il prezzo, assieme a qualche altro indizio nascosto nelle pieghe delle etichette di t-shirt e pantaloni, può raccontare molto sull’inquinamento.


In generale, esiste una correlazione fra il costo di un capo e la sua sostenibilità. Intendo dire che nella maggior parte dei casi la versione sostenibile di un prodotto è più costosa dell’equivalente “standard”.

Ho cercato di fare un po’ di ordine e affrontare l’argomento del prezzo assieme a quello della sostenibilità.



PERCHE' LA MODA SOSTENIBILE COSTA DI PIU'?


Dalla matita del designer al negozio, passando per la filatura e tintura del tessuto, taglio e confezionamento, packaging, controllo qualità e distribuzione: sono tantissimi gli step che servono per realizzare un capo. Sono coinvolte decine di organizzazioni, migliaia di persone, generalmente sparse per mezzo mondo. Ecco qui una schematizzazione di massima delle innumerevoli fasi necessarie.



E come dicono gli economisti, ciascuna di queste fasi deve essere “remunerata”, ossia valorizzata e liquidata.

La verità è che nella realizzazione di un capo sostenibile ognuno di questi step ha un costo mediamente più elevato, vediamo perché.



MATERIA PRIMA: IL CASO EMBLEMATICO DEL COTONE


Il cotone è una grande risorsa per l’umanità, ma purtroppo negli ultimi anni ha creato uno status di occupazione forzata e impoverimento dei terreni, sfruttamento di manodopera a basso costo, spreco di risorse energetiche e inquinamento delle acque. Tanti aspetti negativi, che decadono quando si parla di cotone biologico.

Le regole di coltivazione del cotone biologico sono molto ferree: oltre ad escludere migliaia di sostanze tossiche e processi di lavorazione ambigui, queste regole tutelano l’aspetto sociale dei lavoratori, soprattutto in quei Paesi dove “le regole non esistono”.

Il cotone biologico è certificato da organizzazioni internazionali a tutela ambientale e sociale, ma la certificazione più diffusa su scala globale è sicuramente il GOTS – Global Organic Textile Standard..

Nel caso del cotone standard la coltivazione è intensiva e implementata attraverso l’utilizzo di fertilizzanti e pesticidi, sfruttando la terra fino all’esaurimento delle sue risorse minerali. La terra, la stessa che viene adibita anche ad agricoltura, ne risulta inquinata.

Nella coltivazione di cotone biologico è attuata la rotazione dei terreni agricoli senza sostanze nocive per ambiente e salute, con l'obiettivo di preservare la coltivabilità degli appezzamenti nel lungo periodo.

Inoltre, nel cotone standard il processo di tintura è effettuato con metalli pesanti e zolfo, al contrario del cotone biologico dove gli additivi utilizzati hanno impatti ambientali contenuti.

Infine, nelle coltivazioni bio gli agricoltori sono tutelati contro il lavoro forzato ed il lavoro minorile, e vengono garantiti i salari minimi del lavoro equo.


Come conseguenza di tutto ciò, il costo di produzione del cotone biologico è generalmente più alto rispetto al cotone standard: il processo produttivo richiede più tempo e maggiore know how degli operatori in tutte le fasi. Inoltre necessita di maggiore superficie coltivabile a parità di resa con il cotone standard. Inoltre le sostanze per le tinture, più ecologiche, sono di base più costose. È infine necessario considerare il costo della certificazione di origine biologica.


Tutti elementi che fanno lievitare il prezzo di vendita sostenibile al pubblico.


Il caso emblematico del cotone può essere generalizzato come segue: le filiere produttive delle materie prime "standard" possono vantare una storia industriale di decenni, durante i quali i processi manifatturieri sono stati affinati ed efficientati all'inverosimile; al contrario, le supply chain dei materiali sostenibili sono decisamente "giovani" e non altrettanto ottimizzate. Questo gap di efficienza si riflette inevitabilmente sui costi di produzione.


IL PROCESSO PRODUTTIVO: RANA PLAZA


Hai mai sentito parlare di Rana Plaza?

Uno degli incidenti più grandi della storia della Fast Fashion è quello di Rana Plaza in Bangladesh, dove nel 2013 morirono oltre 1000 dipendenti e rimasero ferite più di 2500 persone.


Il Rana Plaza era una fabbrica di abbigliamento nella quale, giorno e notte, i dipendenti lavoravano in condizioni estreme. Furono loro stessi a notare le crepe sui muri ma i dirigenti li fecero continuare a lavorare, minacciandoli di licenziarli. Il 24 aprile del 2013 avvenne la tragedia: a Dacca una palazzina di otto piani dove erano collocate 5 diverse fabbriche tessili di abbigliamento per marchi internazionali crollò.

Gli operai di quella fabbrica erano pagati circa 150 dollari al mese, per turni da 12 ore di lavoro, 6 giorni su 7: meno di 50 centesimi l’ora!


Sostenibilità è anche questo: condizioni di lavoro ragionevoli che includono la libertà di associazione, contratti regolari, assicurazione, salario di sussistenza e coerente col costo della vita, straordinari controllati e retribuiti, sicurezza e igiene, divieto di lavoro minorile, lotta alla discriminazione e agli abusi.

Tutto questo ha un costo, seppur residuale rispetto al giro di affari del fashion. Quanto sarebbe costato mettere in sicurezza Rana Plaza?


Un altro aspetto, questa volta di carattere ambientale, di cui tener conto riguardo il processo produttivo è il COO (Country Of Origin) o Made in.

Statisticamente, il 75% del tuo guardaroba è stato prodotto in Cina, India, Bangladesh, Vietnam, Cambogia o Indonesia e importato via mare in Europa.

Considerando che nel 2014 (secondo uno studio di McKinsey divulgato da Greenpeace) la produzione di vestiti di un anno ha raggiunto e superato i 100 miliardi, significa che 75 (settantacinque) miliardi di capi sono annualmente trasportati con portacontainer attraverso gli Oceani.

Ebbene, per trasportare 75 miliardi di T-shirt (la faccio semplice…) servono circa 130 navi portacontainer da 15.000 TEU (1 container arriva a trasportare fino a 38.000 T-shirt).

Secondo la IMO (International Maritime Organization), l'istituto specializzato delle Nazioni Unite, 15/20 di queste navi inquinano quanto tutto il parco auto mondiale.

La logica vuole che dovremmo produrre ciò di cui abbiamo necessità localmente e implementare le logiche di “nearshoring” di cui ho già parlato qui.



POSSIAMO FARE QUALCOSA NEL NOSTRO PICCOLO?


Come dicevo poco fa, è una questione di educazione al consumo: come si può acquistare una t-shirt a 5 euro senza domandarsi come sia possibile pagare un costo così basso?

Le organizzazioni da cui acquistiamo i nostri capi d’abbigliamento hanno stabilito le loro logiche di business per assecondare le necessità di noi consumatori: abiti e accessori alla moda, a prezzo contenuto, da rimpiazzare velocemente in base ai trend di mercato.

Modificare le abitudini di consumo è fattibile, seppur complicato: quando acquistiamo un prodotto, il prezzo d’acquisto è ben visibile, mentre le informazioni di sostenibilità sono poche, e frazionate. Tuttavia ci sono alcune line guida che puoi seguire:


1. Verifica la tipologia di materia prima utilizzata, e se può vantare certificazioni. Privilegia materiali naturali come cotone e lino. In alternativa, privilegia fibre artificiali come viscosa. Se non puoi fare a meno del poliestere, cerca poliestere certificato GRS.


2. Verifica la Country Of Origin. Un Made in locale (Italia o bacino del Mediterraneo) è da preferire per scongiurare l’inquinamento delle portacontainer. Se non ci sono alternative al made in Far East, dovresti informarti sulle politiche di CSR (Corporate Social Responsibility) attuate dal brand.


3. Estendere l’utilizzo dei tuoi abiti.



COSA DOVREBBE ESSERE RIPORTATO SULLE ETICHETTE?


Mentre attendiamo che il legislatore renda obbligatorio indicare in etichetta l’impatto ambientale di un capo in vendita (vedi qui l’iniziativa dello stato di New York in materia, il NY Fashion Act), oggi voglio raccontarti dello strumento che gli addetti ai lavori applicano per comprendere la sostenibilità di un prodotto lungo tutto il suo ciclo di vita: il Lifecycle Assessment, o LCA. Il risultato di uno studio di LCA è ciò che dovrebbe essere riportato sull’etichetta di un prodotto per rendere il consumatore del tutto consapevole riguardo la sostenibilità di ciò che sta acquistando.

L’analisi Life Cycle Assessment (LCA) di un prodotto si basa sugli indicatori più significativi: acqua, energia, terra e lavoro: punta ad illustrare gli impatti negativi sull’ecosistema e sulla salute umana, dall’inizio alla fine della sua vita.

Il LCA (in italiano, "Analisi Ciclo di Vita") è una struttura analitica utilizzata per valutare i carichi ambientali di un prodotto, dalla nascita alla morte dello stesso. Inoltre, agisce come forma di valutazione per monitorare l’utilizzo di risorse primarie come energia, acqua, terra e lavoro.

Lo strumento viene utilizzato per valutare gli effetti ambientali complessivi, i processi coinvolti durante la produzione, l’imballaggio, il trasporto, il riciclaggio o lo smaltimento finale, ma anche l’aspetto sociale, in pratica valuta e assegna un punteggio finale all’intero ciclo di vita di un prodotto.

LCA valuta anche la discriminazione di genere, il lavoro minorile, i bassi salari, e l’intera catena di approvvigionamento.

Soprattutto, “dovrebbe” funzionare come strumento per fornire suggerimenti al produttore, ai consumatori, al governo e ai ricercatori, poiché può essere usata per sviluppare un modello di produzione sostenibile, rispettoso dell’ambiente, ridurre, riutilizzare, recuperare, e comprendere nuove tecniche di riciclaggio e smaltimento.


In buona sostanza, il LCA è una radiografia completa di un prodotto, che ne racconta la storia a tutto tondo. E' uno strumento complesso, ma efficace. Molte industrie (incluso il fashion) non sono minimamente preparate per poterlo attuare: i brand non hanno completo controllo della filiera di approvvigionamento, inoltre non lascia alcuno spazio per "nascondere la polvere sotto al tappeto"...



LESS UNSUSTAINABLE IS NOT SUSTAINABLE


Detto questo, cosa possiamo trovare oggi, sul mercato? Esistono prodotti 100% sostenibili? No, per definizione. Un prodotto 100% sostenibile non lascia alcuna impronta ecologica durante tutto l’arco della sua vita.

Certo, un capo d’abbigliamento che può vantare certificazioni di tipo ambientale ed etico si avvicina all’ideale:


- le certificazioni tessili garantiscono l’uso di sostanze chimiche poco dannose per l’ambiente, come OEKO-TEX, REACH e Bluesign, oppure certificano l’origine biologica di una fibra tessile, come GOTS e OCS. Altre garantiscono il riciclo di risorse, come GRS e PSV.


- le certificazioni etiche garantiscono salari equi e rispetto dei diritti sociali, come Fair Trade e Fair Wear Foundation, e altre sono impegnate per salvaguardare il mondo animale, tipo Animal Free Fashion, PETA, VeganOK e Fur Free.


Come potrebbe essere la produzione di un indumento 100% sostenibile?

  • Non emette gas nocivi.

  • Non inquina l’acqua.

  • Usa energia da fonti rinnovabili.

  • Usa metodi di produzione a ciclo chiuso.

  • È socialmente etica (nessuna discriminazione sociale).

  • Non usa risorse geneticamente modificate (OGM).

  • È nata da materiali 100% riciclati.

  • È biodegradabile, compostabile o riciclabile.

  • La sua produzione corregge i danni ambientali già presenti.


Oggi è impossibile trovare sul mercato un prodotto che possegga anche solo una piccola parte di queste caratteristiche: anche nella migliore delle ipotesi, i prodotti che possiamo acquistare sono, alla meglio “meno insostenibili” di quelli classici: LESS UNSUSTAINABLE IS NOT SUSTAINABLE!

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