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  • Immagine del redattoreMichele Lasi

COME MAI C’È ANCORA COSÌ TANTA PLASTICA NEI NOSTRI CAPI D’ABBIGLIAMENTO?

Sarà capitato anche a te…da qualche tempo ho iniziato a leggere le etichette di composizione dei vestiti che acquisto. Sia chiaro, non parlo delle indicazioni di lavaggio (ho superato da tempo la fase “lavo tutto a 60 °C”, dopo aver ridotto a taglia XS metà del mio guardaroba).

Un’occhiata al made in e poi alla composizione, finendo spesso per chiedermi: come mai c’è così tanta, troppa plastica nei nostri capi d’abbigliamento?

Ho voluto dare una dimensione a questa impressione: numeri e statistiche per confermare o smentire il mio sospetto. Ecco cosa ho trovato!


Per cominciare, è necessario tenere a mente che i materiali plastici, primi fra tutti nylon e poliestere, contribuiscono all’inquinamento ambientale durante tutto il loro ciclo di vita, dalla produzione allo smaltimento:

· In produzione: la plastica deriva dal petrolio. L’industria petrolifera, ossia il complesso delle attività di estrazione e raffinazione di combustibili fossili, è la prima responsabile delle emissioni globali di gas serra: il 30% del totale , secondo una ricerca del Energy Research & Social Science (ERSS). Le fibre sintetiche costituiscono una grossa parte del business model delle aziende del settore.

· Durante l’utilizzo: al lavaggio, i tessuti artificiali rilasciano milioni di microplastiche negli oceani e nei corsi d’acqua mettendo in serio pericolo la fauna marina. Secondo uno studio del WWF, ogni anno finiscono in mare 8 milioni di tonnellate di plastica, di cui il 30% dovute alla moda! Quelle stesse particelle, indistruttibili, vanno a finire nel nostro cibo: una ricerca della American Chemical Company pubblicata nel 2019 ha calcolato che l’americano medio mangia più di 74.000 particelle di microplastica ogni anno.

· A fine vita: dato che tali materiali non sono biodegradabili, rimangono in circolo fino a 200 anni continuando a disperdere nell’ambiente altre microfibre dannose e agenti chimici potenzialmente tossici. Secondo un report pubblicato dalla Global Fashion Agenda nel 2017, ogni anno si producono ben 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili che finiscono nelle discariche o vengono inceneriti.


Secondo Textile Exchange, le fibre artificiali costituiscono oltre il 60% delle fibre prodotte a livello globale (il poliestere da solo vale ben il 52%). E sebbene alcuni brand stiano optando per l’uso di alternative, un recente studio della Royal Society Arts (RSA) ha rivelato che, attualmente, il 50% del fast fashion è realizzato a partire da plastica vergine, il che significa che il settore rimane responsabile per grandi quantitativi di plastica nuova di zecca che entra a far parte del nostro ambiente. In buona sostanza, la moda è legata a doppio filo (battuta triste) alla plastica!


Ora, occorre rispondere alla più elementare delle domande: Perché? Perché non possiamo fare a meno di Poliestere e Nylon?

Ecco le ragioni fondamentali:

· Sono economici: un poliestere a buon mercato costa fino al 50% in meno di un cotone con specifiche simili.

· Sono sempre disponibili: al contrario delle fibre naturali, non sono soggetti a variazioni di disponibilità dovute alle condizioni metereologiche e al cambiamento climatico.

· Alcuni segmenti di mercato specifici, come l’activewear, sono dipendenti dalle fibre sintetiche, che garantiscono ai consumatori le performance richieste: i capi devono essere elastici, traspiranti, impermeabili, lavabili in lavatrice, ad asciugatura rapida, robusti, modellanti e aerodinamici.



Mi sono chiesto, allora, quali dovrebbero essere le caratteristiche di una fibra “ideale” per rimpiazzare le attuali sintetiche: un materiale bio-based, ottenuto da una materia prima non fossile; biodegradabile, per prevenire l’inquinamento delle acque; con caratteristiche meccaniche del tutto comparabili al poliestere, per soddisfare i bisogni dei consumatori. In poche parole, una bioplastica!


LE BIOPLASTICHE

Il termine “bioplastica” fa riferimento ad un’intera famiglia di materiali con proprietà ed applicazioni diverse. Secondo la European Bioplastics, un materiale plastico è definito “bioplastica” se è bio-based, o biodegradabile, o se presenta entrambe le proprietà.

· Con il termine bio-based si intende che il materiale prodotto è, anche parzialmente, derivato dall’utilizzo di biomassa (come riportato nella EN 16575:2014). Le biomasse utilizzate nella produzione di bioplastiche sono prevalentemente provenienti da mais, canna da zucchero o cellulosa.

· Con il termine biodegradazione si intende invece il processo chimico attraverso il quale i microorganismi presenti nell’ambiente convertono i materiali in sostanze naturali come acqua, anidride carbonica e compost senza la necessità di additivi artificiali. In sostanza, un prodotto biodegradabile garantisce un fine vita eco-friendly.


Attualmente le bioplastiche rappresentano circa l’1% delle 335 milioni di tonnellate di plastica prodotta ogni anno, tuttavia il mercato si sta sviluppando in modo molto dinamico: si stima che entro il 2024 coprirà fino al 36% del mercato.

Come accennavo poco sopra, le bioplastiche sono una famiglia diversificata di materiali con proprietà diverse. Possono essere suddivise in tre gruppi principali, efficacemente sintetizzati dalla European Bioplastics nello schema di seguito:




· Materie plastiche non biodegradabili totalmente o parzialmente naturali come il bio-polietilene (bio PE), il bio-polipropilene (bio PP) o il bio-polietilene tereftalato (bio PET), ottenuti a partire da zuccheri vegetali, e polimeri naturali di prestazione tecnica come il politrimetilentereftalato (PTT) o il copoliestere termoplastico (TPC-ET);


· Materie plastiche che si basano su risorse fossili e sono biodegradabili, come il polibutirrato (PBAT);


· Materie plastiche naturali e biodegradabili, come l'acido polilattico (PLA) e i poliidrossialcanoati (PHA) o il polibutilene succinato (PBS).


Va da sé che questa ultima famiglia è quella di maggiore interesse, sulla quale si stanno concentrando gli sforzi dei maggiori player del settore della bioplastica.


IL PLA - ACIDO POLILATTICO

L’acido polilattico (PLA) è attualmente considerato uno dei più promettenti polimeri biodegradabili appartenenti al gruppo dei biopoliesteri, grazie al largo spettro dei potenziali impieghi.

Il PLA detto “di prima generazione” viene ottenuto dalla fermentazione degli zuccheri del mais. La produzione parte dallo zucchero ricavato dall’amido e trasformato in acido lattico mediante fermentazione. Questa prima generazione di PLA porta sé un “peccato originale”: le biomasse utilizzate sono destinabili al consumo alimentare. Allo stato attuale sono in fase di sviluppo anche PLA di “seconda generazione”, ottenibili cioè da biomasse non destinabili all’alimentazione, e di “terza generazione”, dalle alghe marine.

Tra i suoi punti di forza vi sono la versatilità nell’essere processato con diverse tecnologie industriali e la sua ampia disponibilità commerciale, in diverse tipologie e a prezzi relativamente contenuti, che lo rendono adatto per diverse applicazioni.

Qui viene il bello: il PLA può essere filato. Il progetto FIBFAB, realizzato nel 2019 da un team spagnolo e finanziato dall’Unione Europea, ha prodotto un filato in PLA per produrre capi di abbigliamento casual, da lavoro, activewear, in grado di soddisfare gli standard di settore. Il progetto è oggi in fase di pre-produzione.


IL PHA - POLIIDROSSIALCANOATI

I PHA - poliidrossialcanoati sono polimeri termoplastici sintetizzati da vari generi di batteri (Bacillus, Rhodococcus, Pseudomonas...) mediante fermentazione di zuccheri o lipidi. Durante il processo vengono accumulati sotto forma di granuli all’interno dello stesso batterio, fino al 90% del peso della massa batterica. Questi polimeri ottenuti da fonte rinnovabile, sono per loro stessa natura biodegradabili al 100%. Hanno proprietà fisico chimiche molto variabili, da quelle tipiche dei polimeri termoplastici fino a quelle tipiche degli elastomeri e presentano punti di fusione tra i 40 e 180°C.

Il PHA è stato finora utilizzato per realizzare film e prodotti per l’imballaggio, ma le sue caratteristiche lo rendono idoneo anche per prodotti più duraturi seppur l’offerta sul mercato sia ancora garantita da un numero limitato di aziende e quindi inferiore alla potenziale domanda.

Sul fronte tessile, l’associazione olandese Fashion for Good, assieme al Renewable Carbon Textiles Project, ha lanciato un pioneristico progetto per la produzione di capi di abbigliamento 100% in PHA. I risultati del progetto sono attesi nel corso del 2022.



Ti chiederai...tutto qui? In effetti si! In materia di filati, la ricerca sulle bioplastiche è in uno stato prodromico, ben lontana dalla maturità necessaria per impiantare processi industriali di produzione di massa.

Esistono in effetti altre strade, seppur di compromesso, per rimpiazzare il poliestere.

Mi riferisco ovviamente al poliestere riciclato e alle cosiddette fibre artificiali.


IL POLIESTERE RICICLATO

Secondo il “Preferred fiber and materials market report 2021” di Textile Exchange il poliestere è di gran lunga la fibra più utilizzata al mondo con una fetta di mercato del 52%. Il 15% del poliestere utilizzato è riciclato, e il 99% del poliestere riciclato proviene dalle bottiglie di PET. L’1% rimanente proviene da rifiuti oceanici, tessuti in poliestere di scarto o da residui di lavorazione pre-consumo.

Le bottiglie in PET vengono riciclate meccanicamente per creare fibra di poliestere per i vestiti. E’ vero che per produrre il poliestere riciclato viene consumata il 59% di energia in meno e si produce meno CO2 che per la produzione di poliestere vergine ma queste cifre non tengono conto della impatti della produzione della sua materia prima: le bottiglie di plastica.


Il processo di trasformazione delle bottiglie di PET in poliestere ha diverse criticità. Innanzitutto c’è il problema della riciclabilità: il riciclaggio meccanico fa perdere forza alla fibra e i vestiti in PET riciclato non sono infinitamente riciclabili. Per questo motivo la fibra in PET riciclato richiede la miscelazione con il sintetico vergine per ottenere le proprietà e le prestazioni del materiale richieste. In buona sostanza non si tratta di una soluzione circolare: alla fine questi prodotti finiscono in discarica.

In secondo luogo, esiste una concorrenza diretta tra le industrie dell’imballaggio e dell’abbigliamento per le bottiglie in PET. Nella legislazione UE e in altri Paesi sono stati inseriti degli obiettivi che richiedono una determinata percentuale di contenuto riciclato per le bottiglie in PET e questo influenza in modo significativo la domanda da parte dei produttori di bottiglie. Dunque Due diversi settori diversi si contendono le bottiglie di PET, ma la soluzione migliore sarebbe quella di avere un riciclo da bottiglia a bottiglia e un riciclo da vestito a vestito, così da evitare la discarica e una inutile guerra dei prezzi.


LE FIBRE ARTIFICIALI

Le fibre tessili artificiali sono create utilizzando una materia prima di origine naturale unita a sostanze chimiche create dall’uomo in laboratorio. Spesso vengono confuse con le fibre sintetiche come poliestere e nylon, ma si distinguono da queste appunto perché utilizzano una materia prima naturale invece di un prodotto fossile: cellulosa o proteine solitamente derivate da elementi vegetali come piante, orticacee, alimenti.

Le fibre tessili artificiali sono tutte classificabili come viscosa. Il nome, viscosa, deriva dal fatto che essa è realizzata in laboratorio sotto forma liquida, solitamente disciolta in soda caustica. Sotto questa famiglia ricadono molti tessuti che troverai familiari: Modal, Lyocell, Lycra, Orange Fiber, Tencel.

Le caratteristiche meccaniche della viscosa sono notevoli: traspirante, impermeabile, igroscopica, elastica. Nelle sue forme più semplici è persino biodegradabile.

La Viscosa ha un grande problema: la produzione è dannosa per l’ambiente, a causa del mix di sostanze chimiche con cui trattare il feedstock naturale: L’Idrossido di sodio, per pre-trattare il filato; il disolfuro di carbonio, che può causare danni al sistema nervoso in caso di lunga esposizione. E l’acido solforico, utilizzato nel “bagno chimico” per indurire i fili della fibra.

Queste sostanze chimiche restano solo in minima parte sui tessuti che indossiamo quotidianamente. La prova di questa affermazione è che gran parte delle fibre artificiali possono essere certificate Oeko-Tex: una certificazione tessile che analizza i tessuti alla ricerca di eventuali sostanze chimiche dannose per l’ambiente o per la salute umana. Il problema ambientale deriva quindi più dallo smaltimento dei prodotti chimici: l’idrossido di sodio, sebbene non dannoso per l’uomo, è comunque dannoso per l’ambiente, poiché troppo spesso viene scaricato in acqua senza una corretta depurazione, contribuendo così all’inquinamento ambientale. Lo stesso discorso vale per il disolfuro di carbonio e, chiaramente, per l’acido solforico. Da valutare con attenzione anche l’aspetto delle emissioni in aria di queste sostanze chimiche, le quali contribuiscono all’aumento di gas serra nell’atmosfera.



FRA BIOPLASTICHE, POLIESTERE RICICLATO, VISCOSA… SI PUÒ FARE A MENO DEL POLIESTERE?

Nel rapporto Synthetics Anonymous, l’organizzazione non governativa Changing Markets Foundation sostiene che i marchi non si stanno impegnando per trovare soluzioni alternative all’uso dei sintetici.

Lo conferma anche il rapporto di Textile Exchange: fa un elenco degli impegni che i brand si sono presi per rendere il poliestere più sostenibile e, anche le proposte più virtuose, vanno nella direzione di impegnarsi ad approvvigionarsi di una percentuale maggiore di poliestere riciclato, ma come appare evidente non è questa la soluzione; si tratta pur sempre di plastica, rilascia microplastiche, è difficilmente riciclabile una seconda volta e quindi non è un materiale circolare. È però molto semplice da inserire nelle collezioni, costa poco e permette di costruire una narrazione di sostenibilità nella quale molto spesso il consumatore cade. Insomma, il poliestere riciclato è ottimo per confondere le carte e fare un po’ di greenwashing.

Le Viscose presentano problematiche difficilmente arginabili riguardo l’impatto ambientale dei processi produttivi.

Le bioplastiche più promettenti, PLA e PHA, sono ben lontane dalla maturità tecnologica necessaria per l’utilizzo su larga scala.


Insomma… In un mondo letteralmente invaso dalla plastica, una alternativa valida deve ancora essere individuata.

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